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Il sogno di Trump: l’Europa a pezzi?
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Virginia Saba

Non dovremmo mai sottovalutarci troppo. Quando si dice che la Groenlandia è una terra sconosciuta e dimenticata, non si dice il vero. Da tempo la nostra difesa, così come quella di altri paesi europei e della NATO, lavorava con discrezione per capire cosa stesse accadendo su questa terra coperta di ghiaccio che rappresenta una grande opportunità, sia per le risorse che custodisce, sia per il suo valore strategico come passaggio di merci, navi e controllo militare.

L’Italia e l’Europa hanno osservato in silenzio fino al momento in cui è arrivata la dichiarazione aggressiva di Trump che ha messo sul tavolo l’idea di una Groenlandia annessa dagli Stati Uniti. Da lì si è apre una domanda più grande: se questo sia anche un pretesto, dopo 75 anni, per mettere in discussione la NATO, creata per tenere un equilibrio tra le democrazie e la democrazia stessa.

Ciò che sappiamo è che il presidente degli Stati Uniti non considera l’Europa centrale nel suo progetto politico, e ogni sua scelta serve prima di tutto a proteggere gli interessi americani. In questo quadro, l’Europa non è un alleato strategico, ma un attore secondario con cui trattare solo se conviene e dal quale sganciarsi su più fronti.

Questo spiega perché oggi sembra puntare a dividere i paesi europei, favorendo rapporti bilaterali invece di un dialogo con un’Unione forte e compatta. Dal punto di vista economico gli conviene, e dal punto di vista militare ha già detto chiaramente di non voler più sostenere in modo automatico la difesa del continente.

L’Europa si trova così davanti a una scelta che non può più rimandare. Può provare a diventare davvero un soggetto politico e strategico, ma solo se lo fa insieme a tutti i suo9i paesi, rafforzando i valori su cui si è costruita e completando un percorso che è rimasto a metà. Oppure può frammentarsi, rifugiarsi nei nazionalismi e nella logica del “ognuno per sé”, accettando però di perdere peso economico e capacità di incidere in un mondo che si sta ridefinendo su grandi blocchi di potere.

Se l’Europa si muove solo per paura di essere abbandonata dagli Stati Uniti, il risultato rischia di essere un continente diviso, fatto di piccoli paesi costretti a cercare protezione uno per uno, senza la forza di negoziare da una posizione di parità.

In questo contesto, il tema della difesa diventa centrale. La NATO resta oggi l’unico vero strumento comune e questo momento non dovrebbe essere quello dello smantellamento delle alleanze, ma quello in cui si rafforza la consapevolezza di restare uniti.

Anche l’Italia ha una responsabilità in questa fase. Le decisioni che prenderà ora peseranno sul suo ruolo futuro, non solo in termini militari, ma anche economici e politici. Stati Uniti, Russia e Cina, si stanno dividendo il mondo e l’Europa rischia di essere messa ai margini, e in parte lo è già, anche per una sua lunga esitazione nel riconoscere il proprio peso e la propria forza.

La storia del continente, segnata dal trauma della Seconda guerra mondiale, ha prodotto un atteggiamento prudente, pacifista, che ha avuto un valore importante, ma che oggi rischia di trasformarsi in debolezza se non è accompagnato da una reale capacità di difendere i propri confini.

Questo non significa rinunciare alla diplomazia o cercare lo scontro. Significa però rispondere con fermezza, senza ambiguità, quando vengono messi in discussione il ruolo e la sicurezza dell’Europa.

Tutto questo ha conseguenze dirette sulla vita quotidiana dei cittadini? Sì. Lo abbiamo visto con la crisi energetica dopo l’attacco all’Ucraina, con i dazi, con l’impatto delle tensioni internazionali sull’economia. Ogni scelta in campo militare e industriale ha un costo, perché destinare risorse alla difesa significa inevitabilmente sottrarle ad altri ambiti fondamentali come il welfare, la sanità e il sostegno sociale.

È proprio per questo che il dibattito non può restare confinato ai vertici politici o militari. Riguarda tutti, perché in gioco non c’è solo il posizionamento dell’Europa nel mondo, ma il tipo di società che vogliamo costruire e proteggere nei prossimi decenni.

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