Bisogna fermare questa strage». La voce di Elena Tiron si incrina mentre ricorda la sorella Gabriela Trandafir e la nipote Renata, uccise nel 2022 a Cavazzona. Undici denunce non erano bastate a fermare l’aggressore. «Avevano chiesto aiuto tante volte», racconta. «Eppure non è servito».
Il loro caso è uno dei tre raccontati durante l’incontro “Non solo 8 marzo. Storie di donne e giustizia negata”, organizzato da Giornaliste Italiane nella sede di Montecitorionews24, su Piazza Montecitorio. Una mattinata di testimonianze e confronto tra familiari delle vittime, giornalisti, magistrati e rappresentanti delle istituzioni per interrogarsi su ciò che non ha funzionato e su cosa ancora manca per prevenire la violenza contro le donne.
Accanto alla storia di Gabriela e Renata, sono stati ricordati altri due casi che negli anni hanno scosso l’opinione pubblica: quello di Noemi Durini, la sedicenne uccisa nel 2017 nel Lecchese dal fidanzato, e quello di Marianna Manduca, assassinata nel 2007 in Sicilia dall’ex marito nonostante una lunga serie di denunce.
«Basta permessi premio a chi uccide le donne», dice con determinazione la madre di Noemi Durini. «Presenteremo una proposta di legge per eliminarli. Stiamo già raccogliendo le 50mila firme necessarie».
A sottolineare le criticità del sistema è anche Vittoriana Abate, giornalista Rai che da anni segue casi di violenza di genere. «I giudici non sempre valutano correttamente il rischio», osserva. «Il caso di Noemi lo dimostra: intervenire tempestivamente può essere vitale».
La dimensione del fenomeno è ormai quotidiana, ricorda Luca Pipitone, dirigente della divisione anticrimine della Questura di Roma. «I casi di violenza sulle donne sono all’ordine del giorno», spiega a margine dell’evento. Per questo la Polizia di Stato punta sempre di più sulla formazione degli operatori chiamati a gestire i reati previsti dal codice rosso. Tra gli strumenti di prevenzione, sottolinea Pipitone, «funziona molto bene l’ammonimento del questore nei confronti dell’aggressore: nel 2024 l’80% dei soggetti ammoniti non è andato incontro a recidiva».
Sul piano normativo, il magistrato Valerio De Gioia ricorda i passi avanti degli ultimi anni: «Il legislatore ha potenziato il codice rosso e introdotto strumenti come il reato di femminicidio e il braccialetto elettronico».
Ma per i familiari delle vittime non basta. Carmelo Calì, cugino di Marianna Manduca, insiste sulla necessità di cambiare mentalità partendo dalle nuove generazioni: «È fondamentale entrare nelle scuole e lavorare sulla cultura dei ragazzi. Altrimenti non andremo da nessuna parte».
Alla discussione partecipa anche la ministra per le Pari opportunità e la Famiglia Eugenia Roccella, che richiama l’attenzione sulla prevenzione. «Ogni femminicidio spezza il cuore. Le leggi ci sono e sono state ulteriormente rafforzate, ma bisogna concentrarsi sulla valutazione del rischio, perché da lì dipende tutto il resto», afferma. «Abbiamo messo a disposizione gli strumenti legislativi. Ora tocca ai magistrati».
Nel silenzio della sala resta la frase che ha aperto l’incontro. Un appello che è insieme dolore e richiesta di giustizia: «Bisogna fermare questa strage».