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Nicolò Zambelli

La maggioranza supera il primo test a scrutinio segreto sulla legge elettorale e si prepara ad affrontare il passaggio parlamentare più delicato della riforma. Ieri la Camera ha respinto le questioni pregiudiziali presentate dalle opposizioni, con un risultato che ha confermato la compattezza del centrodestra: superato il primo voto segreto. Un voto che, secondo Alessandro Cattaneo, deputato di Forza Italia, ha fugato i dubbi sulla tenuta della coalizione. “C’era il fermento delle grandi occasioni. l’aria che respiravo era di grande tranquillità, generalizzata. Non ci sono state sorprese. Sono convinto che andrà tutto liscio, se c’era qualche segnale sarebbe arrivato”. A votare a favore tutto il centrodestra, più sette deputati: “Quelli di Fn? Difficile”, dice l’esponente azzurro, che parla di “numeri eclatanti” e spiega: “Ieri c’è stato il fischio dinizio della partita finale sulla legge elettorale e la maggioranza si conferma compatta e pronta”.

Il provvedimento, la proposta di legge C. 2822-B a prima firma di Galeazzo Bignami, punta a superare l’attuale sistema elettorale, eliminando quasi del tutto i collegi uninominali e introducendo un modello proporzionale corretto da un premio di governabilità. Il testo, già approvato dalla Camera il 16 luglio e modificato dal Senato il 15 settembre, è ora nuovamente all’esame di Montecitorio.

Cosa cambia per gli elettori

La riforma prevede l’assegnazione dei seggi attraverso un sistema proporzionale basato su collegi plurinominali, con le eccezioni previste per Valle d’Aosta e Trentino-Alto Adige. Restano le soglie di sbarramento del 3 per cento per le liste e del 10 per cento per le coalizioni. La novità più significativa riguarda il premio di governabilità: 70 seggi alla Camera e 35 al Senato, assegnati alla lista o alla coalizione che ottiene il maggior numero di voti in entrambi i rami del Parlamento e raggiunge almeno il 42 per cento dei voti in ciascuno. Se queste condizioni non vengono rispettate, i seggi sono distribuiti con metodo proporzionale, senza premio. È previsto un tetto massimo di 220 seggi alla Camera e 113 al Senato per la forza politica beneficiaria.

Sul fronte delle liste, il testo uscito dal Senato introduce una novità rispetto alla prima versione approvata dalla Camera: il sistema misto tra capilista bloccati e preferenze. Gli elettori potranno esprimere una preferenza per i candidati successivi al capolista, che mantiene una posizione prioritaria nell’assegnazione dei seggi. Restano inoltre possibili le pluricandidature e le liste circoscrizionali e regionali dedicate all’attribuzione del premio. È su questo punto che la maggioranza lo scorso 14 luglio è andata sotto di un voto alla Camera, costringendo il centrodestra a reintrodurre le preferenze al Senato.

Le modifiche del Senato

Palazzo Madama è intervenuto anche sulle regole per la presentazione delle liste, aumentando da 1.500-2.000 a 6.000-7.000 per collegio il numero di firme richieste alle forze politiche che non rientrano nelle categorie agevolate. Sono previste soglie ridotte per alcune formazioni con una rappresentanza parlamentare e specifici casi di esenzione.

Un altro cambiamento riguarda la rappresentanza di genere. Il testo mantiene le regole sull’alternanza di genere nelle liste, ma il Senato ha eliminato il limite del 60 per cento per ciascun genere nelle posizioni di capolista. Viene inoltre confermato l’obbligo per i partiti di indicare la persona da proporre per l’incarico di presidente del Consiglio, nel rispetto delle prerogative costituzionali del capo dello Stato.

Dopo il voto sulle pregiudiziali, la Camera deve proseguire l’esame degli articoli e delle proposte emendative ammissibili. Il testo dovrà essere approvato nello stesso identico contenuto già licenziato dal Senato. Eventuali ulteriori modifiche comporterebbero infatti un nuovo passaggio a Palazzo Madama. Solo con il via libera definitivo di entrambe le Camere la riforma potrà diventare legge. Ma tra i palazzi si aggira un mantra: “Tutto può succedere”, e il riferimento è che nel centrodestra ci sia qualcuno che in fondo questa legge non la vuole. Sui testi sarà imposta la fiducia e Meloni ha già chiarito che se sarà bocciata, il governo andrà a casa. L’appuntamento è a martedì.

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