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Nicolò Zambelli

La Camera approva la fiducia sui primi due articoli della legge elettorale. La maggioranza compatta i suoi numeri e supera così uno dei passaggi più delicati dell’esame del provvedimento, dopo il voto segreto sulle pregiudiziali che nei giorni scorsi aveva acceso i riflettori sulla possibilità di franchi tiratori come avvenuto lo scorso luglio. Con la fiducia il governo blinda il testo e mette al riparo i primi due articoli da sorprese.

Il voto arriva al termine di un confronto parlamentare segnato dalle dure critiche dell’opposizione. A intervenire in Aula per il Pd è stata Simona Bonafè, vicepresidente vicaria del gruppo dem alla Camera, che ha attaccato frontalmente la riforma e la scelta del governo di porre la fiducia.

Per Bonafè, la nuova legge elettorale nasce prima di tutto dalla paura politica della presidente del Consiglio. “Questa legge elettorale nasce dalla paura di Giorgia Meloni di perdere le elezioni di fronte a un centro-sinistra unito”, ha detto la deputata dem, sostenendo che la maggioranza starebbe cambiando le regole del gioco non per un interesse generale, ma “per un puro e semplice interesse di parte”.

Il momento scelto per intervenire sulla legge elettorale, secondo Bonafè, è uno degli elementi più contestabili. Le regole del voto, sostiene, dovrebbero essere cambiate rigorosamente a fine legislatura e con l’obiettivo di garantire il buon funzionamento delle istituzioni e restituire fiducia ai cittadini. Invece, accusa, la maggioranza avrebbe deciso di intervenire per tutelare il proprio interesse politico.

Una riforma che, se approvata, rischierebbe quindi di lasciare una traccia precisa nella legislatura. “Verrà ricordata nella migliore delle ipotesi come l’unica riforma approvata dalla destra in quattro anni e con i problemi del Paese ancora tutti sul tavolo”, ha affermato Bonafè.

La deputata dem ha poi messo nel mirino il profilo costituzionale del provvedimento. “I costituzionalisti uditi in commissione hanno detto che con questo testo si andava a sbattere contro il muro della Costituzione”, ha detto in Aula. E gli interventi successivi della maggioranza, secondo Bonafè, non avrebbero risolto i problemi: nel tentativo di correggere gli elementi “più macroscopicamente incostituzionali”, la destra sarebbe riuscita addirittura a peggiorare il testo.

Nel merito, uno dei punti contestati dal Pd riguarda il sistema delle preferenze. Bonafè respinge la tesi secondo cui la riforma ne determinerebbe la reintroduzione. “È falso che vi sia la reintroduzione delle preferenze”, ha detto. Secondo la deputata, in Parlamento arriverebbero “pressoché solo i capilista strabloccati”, mentre soltanto una quota minima degli eletti sarebbe scelta attraverso le preferenze, e solo nei partiti più grandi.

Al centro delle critiche c’è poi il premio di maggioranza. Per Bonafè il meccanismo previsto consentirebbe a una forza politica o a una coalizione che raggiungesse il 42 per cento dei voti, magari vincendo di un solo punto percentuale, di trasformare quel risultato in una maggioranza parlamentare. Una dinamica che, secondo il Pd, consegnerebbe un potere enorme a chi non avrebbe ottenuto la maggioranza dei consensi nel Paese.

Infine, la fiducia. Per Bonafè la decisione del governo di blindare il provvedimento dimostra la fragilità della stessa maggioranza: “Porre il voto di fiducia dimostra che la destra non si fida nemmeno di sé stessa”. Il Pd, assicura, continuerà quindi la sua opposizione dentro e fuori dal Parlamento.

Il via libera alla fiducia sui primi due articoli consente intanto alla legge elettorale di proseguire il suo iter. Domani si voterà la fiducia sull’articolo 3. Mentre per giovedì è previsto il voto segreto sul complesso del provvedimento. Gli umori sono buoni e il ddl dovrebbe passare in toto senza defezioni.

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