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Lo Stabilicum: la nuova legge elettorale è una risposta alle elezioni del 2022
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Virginia Saba

La maggioranza accelera sulla riforma elettorale e deposita una nuova proposta di legge ribattezzata “Stabilicum”. L’obiettivo dichiarato è rafforzare la “governabilità”, superando l’attuale sistema misto introdotto dal Rosatellum.

Il primo cambiamento è strutturale: viene cancellato l’impianto misto che oggi assegna circa il 37% dei seggi nei collegi uninominali e il restante 62% con metodo proporzionale (più il 2% riservato alla circoscrizione Estero). Con lo Stabilicum si torna a un sistema interamente proporzionale. Spariscono i collegi uninominali, cioè l’unico spazio in cui l’elettore vota direttamente un candidato. Restano liste bloccate e simboli di partito, senza preferenze. In sostanza, l’elettore sceglie la lista e la coalizione, ma non può incidere sui nomi degli eletti. Il nome del candidato premier dovrà essere indicato nel programma della coalizione, ma non comparirà sulla scheda.

Il cuore della riforma è il premio di maggioranza. La coalizione che raggiunge almeno il 40% dei voti su base nazionale ottiene un premio pari a 70 seggi alla Camera e 35 al Senato. È previsto un limite: il premio non potrà superare il 15% dei seggi complessivi. In termini politici, questo significa che con il 40% dei voti una coalizione arriverebbe intorno al 51% dei seggi; con il 45% salirebbe al 55%; con il 50% toccherebbe circa il 60%. Se nessuna coalizione raggiunge il 40%, è previsto un ballottaggio nazionale.

La proposta non modifica le soglie di sbarramento: 3% per i partiti che si presentano da soli, 10% per le coalizioni. Un impianto che mantiene una selezione all’ingresso ma non cambia l’attuale equilibrio tra partiti maggiori e minori.

Il perché della riforma si lega evidentemente all’esame dei dati delle ultime elezioni, nelle quali il centrodestra si è presentato unito, con un’unica proposta di governo e una chiara indicazione politica. Sul fronte opposto, invece, la rottura tra Partito Democratico e Movimento 5 Stelle si è consumata proprio alla vigilia del voto, producendo una frattura che ha frammentato l’elettorato progressista. La divisione ha avuto un peso decisivo soprattutto nei collegi uninominali previsti dal Rosatellum, dove vince il candidato che prende anche un solo voto in più degli avversari.

Il dato politico fu che il centrodestra superò i 12 milioni di voti sia alla Camera sia al Senato, mentre le forze oggi all’opposizione, sommate, hanno sfiorato i 14 milioni. Se si fossero presentate unite, avrebbero potuto conquistare un numero rilevante di collegi uninominali, cambiando radicalmente l’esito parlamentare.

È qui che si inserisce il paradosso politico. Il sistema misto ha premiato la coalizione più coesa, non necessariamente quella con più voti complessivi nell’area politica di riferimento. E proprio quella dinamica sembra aver inciso nella scelta della maggioranza di superare i collegi uninominali con lo Stabilicum.

L’abolizione dell’uninominale elimina infatti il terreno su cui le divisioni dell’opposizione si sono rivelate più penalizzanti, ma al tempo stesso impedisce che in futuro un’eventuale ricomposizione tra PD e Movimento 5 Stelle possa trasformare una maggioranza relativa di voti in una maggioranza di seggi.

In altre parole, la riforma è la conseguenza diretta della fotografia politica scattata nel 2022.

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