I cittadini si trovano oggi in uno stato di evidente confusione. Non è facile capire se votare sì o no al referendum sulla giustizia del 22 e 23 marzo. E forse è legittimo chiedersi se sia stato giusto affidare ai cittadini una responsabilità così tecnica e complessa. Tuttavia, con studio e attenzione, ciascuno può provare a costruirsi un’idea.
Partiamo dal punto di vista più oggettivo possibile: cosa prevede realmente questa riforma?
Al di là di alcune modifiche terminologiche, la riforma interviene soprattutto su alcuni articoli della Costituzione, in particolare gli articoli 104 e 105, che riguardano l’organizzazione della magistratura e il Consiglio superiore della magistratura (CSM).
Uno dei temi centrali è la separazione delle carriere. Oggi la magistratura si divide tra magistrati giudicanti e magistrati requirenti: per semplificare i primi giudicano, i secondi accusano, cioè i pubblici ministeri. Attualmente è possibile, con alcune limitazioni.
La Riforma propone una separazione netta: chi inizia come giudice resterà giudice, chi inizia come pubblico ministero resterà pubblico ministero.
Per onestà intellettuale va ricordato che questi passaggi sono già oggi molto limitati. Negli ultimi anni si parla mediamente di circa una ventina di cambi di funzione all’anno. Inoltre la riforma Cartabia ha già ristretto molto questa possibilità: il passaggio può avvenire una sola volta, dopo almeno dieci anni e in un diverso distretto.
Perché allora la maggioranza e il ministro della Giustizia Carlo Nordio insistono su questa riforma?
L’argomento principale è che separando nettamente i due ruoli si ridurrebbe il rischio di “contaminazioni”. L’idea è che un pubblico ministero che diventa giudice potrebbe avere un atteggiamento più accusatorio che imparziale. Con la separazione delle carriere, secondo i sostenitori della riforma, si rafforzerebbe quindi l’imparzialità del giudice.
Chi sostiene il no obietta però che questo rischio non è dimostrato in modo automatico. Innanzitutto perché il fenomeno dei passaggi è numericamente limitato. Inoltre, sostengono i critici, non esiste una garanzia che una rigida separazione produca automaticamente giudici più imparziali: alla fine le decisioni dipendono sempre dalla responsabilità e dall’etica delle persone.
Un altro punto molto discusso riguarda il Consiglio superiore della magistratura, previsto dall’articolo 104 della Costituzione. Il CSM è l’organo di autogoverno della magistratura. Attualmente è composto da membri eletti in parte dai magistrati, in parte dal Parlamento, con la presidenza affidata al Presidente della Repubblica.
La riforma prevede che una parte dei componenti venga selezionata tramite sorteggio, per ridurre il peso delle correnti interne alla magistratura.
Secondo i sostenitori della riforma, il sorteggio servirebbe proprio a disinnescare il potere delle correnti e delle dinamiche interne che negli anni hanno spesso condizionato il funzionamento del CSM.
Chi è contrario, però, sostiene che affidarsi al caso non sia uno strumento adeguato per un organo così delicato. Il rischio, secondo questa posizione, è di ridurre il peso della competenza e dell’esperienza in un sistema nel quale le decisioni riguardano carriere e responsabilità molto rilevanti.
La riforma prevede inoltre la creazione di due CSM distinti, uno per i giudici e uno per i pubblici ministeri, coerentemente con la separazione delle carriere.
A questi si aggiungerebbe anche una Alta Corte disciplinare, incaricata di giudicare i procedimenti disciplinari nei confronti dei magistrati. L’obiettivo dichiarato è rafforzare il controllo e rendere più incisive le sanzioni nei confronti dei magistrati che sbagliano.
Chi sostiene la riforma ritiene infatti che oggi il sistema disciplinare sia troppo indulgente, perché la magistratura in larga parte giudica se stessa. I critici rispondono invece che questo rischio può essere affrontato senza modificare radicalmente l’equilibrio tra i poteri.
In definitiva, uno degli aspetti più evidenti di questo referendum è che ogni argomento sembra avere il suo contrario. È inevitabile che la discussione si sia trasformata rapidamente in uno scontro politico: la maggioranza schierata per il sì, gran parte dell’opposizione per il no.
Di conseguenza molti cittadini finiranno probabilmente per votare seguendo l’appartenenza politica più che il merito tecnico della riforma.
Ciò che appare scorretto, però, è l’uso di argomenti che non hanno un reale collegamento con il contenuto della riforma. Si è detto, ad esempio, che i processi diventeranno più veloci o che la giustizia sarà automaticamente più efficiente. In realtà non esiste alcuna prova diretta che queste modifiche producano effetti simili.
La velocità dei processi dipende da molti altri fattori: organizzazione degli uffici, risorse, personale amministrativo, digitalizzazione, gestione dei procedimenti.
Alla fine, la questione rimane più profonda. La giustizia è un campo delicatissimo, nel quale entrano in gioco responsabilità enormi. I magistrati possono sbagliare, e quando accade le conseguenze possono essere drammatiche. Ma anche i politici possono sbagliare, così come gli insegnanti, i medici o chiunque eserciti una funzione pubblica.
La condizione umana è proprio questa: cercare di individuare la direzione più giusta possibile, sapendo che la certezza assoluta non esiste.
In momenti storici in cui molti sistemi democratici sembrano attraversare una fase di fragilità, forse la sfida più importante non è soltanto scegliere tra sì e no. È riuscire a discutere riforme così delicate con onestà intellettuale, evitando semplificazioni e slogan.
Prestare molta attenzione a preservare la divisione dei poteri vuol dire tutelare uno dei pilastri fondamentali di ogni sistema democratico. Anche nella sua inevitabile imperfezione, questo equilibrio tra politica, magistratura e altri poteri dello Stato è ciò che impedisce concentrazioni eccessive di potere.
Proprio per questo motivo, il rischio di una possibile sopraffazione della politica sulla magistratura deve essere valutato con grande prudenza. La magistratura, infatti, ha anche il compito di vigilare sul rispetto della legge da parte di chi governa, cioè di coloro che hanno la responsabilità di guidare il Paese e prendere decisioni che incidono direttamente sulla vita dei cittadini.
Indebolire questo equilibrio significherebbe mettere in discussione una delle garanzie più importanti dello Stato di diritto. Per questo il dibattito dovrebbe restare ancorato alla sostanza delle riforme e non ridursi a uno scontro politico tra schieramenti.