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Repowering e autoconsumo, idee per l’energia pulita. Stefano Tunis: «Abbiamo già le torri, cambiamo le turbine»
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Redazione

Nel dibattito sulle rinnovabili si discute spesso di nuovi impianti e nuovi investimenti. Più raramente ci si interroga su una domanda apparentemente semplice: siamo sicuri di aver utilizzato al meglio ciò che esiste già? In Sardegna, dove la questione energetica si intreccia con la tutela del paesaggio e con l’identità stessa del territorio, la risposta a questa domanda potrebbe cambiare il modo in cui affrontiamo la transizione ecologica. Ne parliamo con Stefano Tunis, consigliere regionale, fondatore di Sardegna al Centro 20Venti e manager con una lunga esperienza nel mondo del lavoro e delle relazioni industriali. Laureato in Giurisprudenza, specializzato nella gestione delle risorse umane e già direttore generale dell’Agenzia regionale per il lavoro della Sardegna, segue da anni i temi dello sviluppo economico, della pianificazione territoriale e delle politiche energetiche.

Quando si parla di energia si pensa quasi sempre a nuove infrastrutture.

Io parlo invece di repowering e dell’autoconsumo. In Sardegna abbiamo ancora parchi eolici installati negli anni Novanta con turbine da poche centinaia di kilowatt, su torri alte quaranta, cinquanta metri. Le macchine di oggi arrivano a cinque, sei megawatt su torri che superano i centoventi, centocinquanta metri. Sostituire una vecchia turbina con una nuova, sullo stesso punto di allaccio, sullo stesso terreno già autorizzato, può aumentare la produzione in modo radicale  senza occupare un metro quadro in più. Questo è il repowering. Se applicassimo sistematicamente questo principio agli impianti esistenti, potremmo ottenere un incremento energetico enorme prima ancora di aprire un nuovo cantiere. Poi c’è il fotovoltaico sui tetti, che è l’altra faccia della stessa logica. La Sardegna è tra le regioni con il maggiore irraggiamento solare d’Italia,  il GSE stima oltre 1.300 ore equivalenti di produzione all’anno. Eppure la copertura fotovoltaica sugli edifici residenziali e industriali è ancora molto bassa. Un capannone industriale con il tetto orientato a sud può coprire dal cinquanta al settanta per cento del proprio fabbisogno energetico. Una famiglia con un impianto da quattro o cinque kilowatt abbinato a un sistema di accumulo può ridurre la bolletta anche del settanta per cento. Sono tecnologie disponibili oggi, a costi accessibili, senza consumo di suolo. Perché non partiamo da qui.

Una filosofia del riuso applicata all’energia?

Direi una filosofia della responsabilità. Abbiamo recuperato i centri storici sardi invece di costruire nuove periferie. Abbiamo imparato a restaurare invece di demolire. Con l’energia possiamo fare lo stesso: efficientare e recuperare. L’innovazione non coincide sempre con la sostituzione. A volte significa fare meglio con quello che hai.

Questo approccio richiama il tema del limite, oggi poco di moda.

Il limite non spaventa i sardi. Siamo un’isola e sappiamo da secoli che le risorse finite vanno gestite, non consumate fino in fondo. Quello che ci spaventa è quando altri decidono al nostro posto dove quel limite si trova. Il limite come valore lo comprendiamo benissimo. Il limite imposto dall’esterno, senza che nessuno ci abbia chiesto niente, è un’altra storia.

Lei sostiene che i sardi non siano contrari alle rinnovabili?

Assolutamente no. I sardi hanno un rapporto con il territorio che poche altre popolazioni europee possono vantare, lo abitano e lo custodiscono da generazioni. Le resistenze che vediamo non riguardano l’energia pulita in sé. Riguardano chi decide, chi guadagna e chi resta con i tralicci nel paesaggio. Sono domande legittime.

C’è una parola che ricorre spesso nel dibattito: speculazione.

E non a caso. Quando un fondo straniero ottiene una concessione su terreno agricolo sardo per rivendere energia al nord Italia, quello non è sviluppo. È estrazione di valore. La differenza conta, e i sardi la vedono chiaramente. L’autoproduzione e le comunità energetiche introducono una logica opposta: l’energia non come bene calato dall’alto, ma come risorsa che nasce dentro le comunità e genera benefici reali per chi ci vive.

In fondo è un tema che riguarda anche la libertà?

L’energia che produci da solo non ti fa solo risparmiare, ma ti toglie una dipendenza. E le dipendenze energetiche, come quelle geopolitiche, costano sempre più di quanto sembrino in partenza. Una famiglia che copre parte dei propri consumi, un’impresa che non è ostaggio dei mercati internazionali, un comune che gestisce una quota della propria produzione, tutti acquisiscono margini di manovra che prima non avevano. La transizione energetica può essere un’occasione di autonomia vera, non soltanto un cambiamento delle fonti.

Che cosa pensa quando sente dire che la Sardegna rischia di perdere il treno della transizione ecologica?

Penso che il vero rischio sia salire sul treno sbagliato. E quel treno lo conosciamo già: si è chiamato petrolchimico, si è chiamato carbone. Ogni volta ci hanno detto che era il futuro. Ogni volta siamo rimasti con le ciminiere e senza lavoro. La transizione non è una corsa a chi installa più pale o più pannelli. È la costruzione di un modello energetico che duri nel tempo e che lasci qualcosa a chi resta.

Che Sardegna immagina tra vent’anni?

Un’isola che produca energia pulita, che valorizzi l’autoconsumo, che utilizzi le tecnologie più avanzate e che conservi intatto quel patrimonio ambientale che la rende unica nel Mediterraneo. La vera domanda, poi, è  quale futuro vogliamo alimentare attraverso quell’energia. E finché non la mettiamo al centro del dibattito, rischiamo di rispondere bene a una domanda sbagliata.

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