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Salario giusto: senza retribuzioni conformi ai contratti stop agli incentivi pubblici
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Redazione

Il “salario giusto” è diventato legge. L’Aula del Senato ha votato a favore del decreto Lavoro, varato dal governo Meloni lo scorso primo maggio. I voti favorevoli sono stati 94, i contrari 61, gli astenuti 2. Il decreto, sul quale lo stesso esecutivo aveva posto la questione di fiducia, è la risposta della maggioranza al dibattito sul salario minimo legale.

Il decreto legge porta diverse novità in tema di salario, rafforza il ruolo della contrattazione collettiva e lega alcune agevolazioni pubbliche al rispetto di determinati standard retributivi. Dopo la promulgazione del governo, il testo è stato approvato dal’Aula della Camera alcune settimane fa, dopo i passaggi nelle commissioni di entrambi i rami del Parlamento. La scelta di Meloni è stata quella non di fissare per legge una soglia oraria uguale per tutti i lavoratori, ma di individuare come parametro di riferimento la contrattazione collettiva nazionale. Il salario giusto viene infatti definito attraverso il Trattamento economico complessivo (Tec) previsto dai contratti collettivi nazionali sottoscritti dalle organizzazioni sindacali e datoriali comparativamente più rappresentative sul piano nazionale.

La retribuzione quindi non è solo sulla paga oraria ma coinvolge altri parametri. Il Tec non prevede soltanto la retribuzione minima prevista dai contratti collettivi nazionali ma coinvolge anche altre voci come gli scatti di anzianità, la tredicesima (e in alcuni casi quattordicesima), l’indennità fisse previste dal contratto elementi retributivi contrattuali. L’obiettivo è contrastare quelli che secondo il governo sono i contratti pirata attraverso un sistema di calcolo complessivo e valido per tutti.

La conseguenza pratica più rilevante riguarda le imprese che accedono agli incentivi pubblici. Il decreto stabilisce infatti che determinati benefici legati alle assunzioni, in particolare quelli destinati a favorire l’occupazione stabile di giovani, donne e lavoratori in alcune aree del paese, siano subordinati al rispetto del salario giusto. Le aziende che intendono usufruire delle agevolazioni dovranno quindi garantire trattamenti economici almeno pari a quelli previsti dai contratti collettivi di riferimento.

A livello normativo, durante l’esame parlamentare le modifiche hanno riguardato soprattutto la definizione del parametro del salario giusto. La Commissione Lavoro della Camera ha chiarito il perimetro del Trattamento economico complessivo, specificando che il riferimento non è soltanto alla paga base ma all’insieme degli elementi economici previsti dai contratti collettivi maggiormente rappresentativi. È stato inoltre rafforzato il collegamento tra il rispetto di tali standard e l’accesso agli incentivi pubblici per le imprese. Al Senato, invece, il testo non ha subito cambiamenti sostanziali ed è stato approvato in via definitiva (anche perché l’approvazione doveva venire entro il 29 giugno).

Il dibattito politico attorno alla misura resta aperto. Le opposizioni si sono fortemente schierate contro il provvedimento bollandolo come “inefficace”: secondo loro questo metodo di calcolo del salario non dà sufficienti garanzie ai lavoratori, in quanto il calcolo attraverso il Tec pone dipendenti e aziende su un terreno un po’ ambiguo per quanto riguarda la giusta retribuzione. Dall’altra parte Meloni ha rivendicato il suo lavoro: “Continuiamo a seguire una strada chiara: sostenere il lavoro, non la dipendenza dai sussidi. Creare opportunità, non assistenzialismo esasperato. Dare dignità a chi ogni giorno manda avanti questa nazione con il proprio lavoro”.

Il decreto diventa quindi legge, in attesa di capire la fase attuativa: quali saranno gli strumenti pensati per garantire il rispetto di quanto introdotto e gli eventuali controlli e sanzioni.

Nicolò Zambelli

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