“L’opinione in questo senso è molto negativa”. Non usa giri di parole Irene Manzi, capogruppo Pd in commissione Cultura, commentando la riforma del reclutamento universitario approvata martedì scorso dalla Camera. “Nessuno dice che il vecchio sistema fosse perfetto e intoccabile — spiega a MontecitorioNews24 — ma la riforma toglie quello che era comunque un filtro di valutazione nazionale, l’abilitazione scientifica, che consentiva poi di partecipare ai concorsi delle singole università”.
La Camera ha dato il via libera definitivo, nella serata di ieri 7 luglio, al disegno di legge che riscrive le regole di accesso, valutazione e reclutamento del personale docente e ricercatore universitario. Il testo, già approvato dal Senato lo scorso dicembre, è passato con 122 voti favorevoli, 70 contrari e 3 astenuti, diventando legge.
Fino a oggi, per diventare professore associato o ordinario, un ricercatore doveva prima ottenere l’Abilitazione Scientifica Nazionale (Asn): un “patentino” nazionale valido nove anni che permetteva poi di partecipare ai concorsi banditi dai singoli atenei. Un sistema in vigore da quindici anni che però ha prodotto un forte squilibrio: secondo i dati citati dal Sole 24 Ore dal 2012 gli abilitati sono stati oltre 71mila, ma i professori effettivamente chiamati meno di 40mila, con oltre duemila ricorsi accumulati negli anni.
La riforma abolisce l’Asn. Ora è l’università a bandire direttamente il concorso, e chi vuole parteciparvi deve autocertificare online il possesso di specifici requisiti di produttività scientifica, che un decreto ministeriale dovrà ancora definire. Proprio su questo punto si concentra la critica di Manzi: “È tutto ancora dai contorni molto vaghi, e viste le premesse non è che questi contorni vaghi ci rassicurino troppo”. La deputata dem contesta anche l’assenza di una programmazione parallela: “Nel momento in cui cambi un sistema di reclutamento lo fai senza un piano di reclutamento: manca completamente una prospettiva su come verrà assunto il personale. Il 10 per cento dei docenti andati in pensione negli ultimi anni non è stato sostituito, e non sono state stanziate risorse aggiuntive per le università”. Anzi, ricorda Manzi, è stato introdotto anche un blocco del turnover di due anni. “Mancano le risorse, come sempre: tutti i provvedimenti di questo governo in materia di istruzione e università sono a invarianza finanziaria”.
Cambiano anche le commissioni giudicatrici, che passano a cinque membri per ordinari e associati (tre nei settori più piccoli), in parte sorteggiati da liste nazionali. Prevista una prova didattica obbligatoria per tutti i candidati, e dopo tre anni dall’assunzione i nuovi docenti saranno valutati dall’Anvur, con effetti sui finanziamenti dell’ateneo. Più mobilità, infine: chi è di ruolo da almeno cinque anni potrà chiedere il trasferimento con il doppio assenso delle università coinvolte. Chi ha già l’Asn manterrà i diritti fino alla scadenza del titolo.
A favore della riforma si è invece espressa la presidente della Crui, Laura Ramaciotti, secondo cui l’intervento “va nella direzione giusta”, riducendo burocrazia e contenziosi e rafforzando l’autonomia degli atenei. Critiche sono arrivate anche da sindacati e associazioni di ricercatori, che in mattinata hanno organizzato un flash mob a Roma contro il rischio di concorsi “su misura”.
Nicolò Zambelli