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Tunis all’Udc: «Le elezioni sono un tema, non il tema. La vera sfida è rendere competitivo il Paese»

Redazione

Le prossime elezioni politiche sono un tema, ma non possono diventare il tema intorno al quale costruire l’intero dibattito pubblico. La vera questione è un’altra: capire come rendere competitivo il Paese in un mondo che cambia a una velocità superiore alla capacità dei popoli e delle classi dirigenti di adattarsi.

È questa la riflessione proposta da Stefano Tunis, consigliere regionale e fondatore di Sardegna al Centro 20Venti, intervenuto a Roma alla Festa nazionale dell’Udc, nel panel dedicato al ruolo del centro, al voto cattolico e alla sfida contro populismi e radicalismi.

Secondo Tunis, la politica italiana continua a concentrarsi sugli equilibri elettorali, mentre rimangono ai margini le grandi questioni dalle quali dipende il futuro del Paese. L’Italia fatica a generare valore per la carenza di alcuni fondamentali fattori di produzione: innanzitutto le risorse umane e l’energia. A questo si aggiungono un sistema iperburocratico e un livello di istruzione che si indebolisce anche per effetto della fuga dei giovani più preparati, attratti da economie maggiormente vivaci e capaci di offrire opportunità.

Eppure, osserva Tunis, su nessuno di questi temi si ascoltano proposte sufficientemente dettagliate da parte delle forze politiche che si contenderanno la guida del prossimo governo. Non soltanto perché le soluzioni sono complesse, ma perché sembrano essere pochi coloro che abbiano davvero interesse a discuterne.

In assenza di uno scandalo o di una forte sollecitazione “contro” qualcuno, l’elettore cambia canale. La concretezza viene associata alla prossimità, cioè alla vicinanza fisica ai problemi quotidiani, mentre le soluzioni vengono sempre più ricercate sul piano individuale. È qui che si produce un cortocircuito democratico: il microcosmo di riferimento del cittadino diventa il proprio dispositivo digitale e la formazione della volontà elettorale finisce per essere condizionata dall’algoritmo del social network preferito.

In questo sistema, per chi cerca consenso è molto più semplice insistere sulle differenze soggettive che costruire punti di contatto oggettivi. La competizione politica si riduce così al tentativo di rendere l’avversario il più possibile inaccettabile, trasformando le campagne elettorali in scontri identitari e lasciando sullo sfondo i problemi concreti.

La risposta di Tunis è il ritorno ai territori. Chi non si riconosce in questo meccanismo tende a scegliere un campo d’azione più ristretto — la Regione o il Comune — e contenitori alternativi come partiti regionali, liste civiche e comitati. Da questa intuizione è nata anche l’esperienza di Sardegna al Centro 20Venti: un soggetto politico ibrido, regionale ma composto soprattutto da amministratori locali, nel quale la concretezza della proposta viene anteposta all’appartenenza ideologica.

«Al momento questo modello funziona», sostiene Tunis, perché crescono sia la partecipazione sia il consenso. La capacità del campo largo di organizzare realtà differenti intorno a un obiettivo comune potrebbe, a suo giudizio, diventare uno degli elementi decisivi delle prossime elezioni politiche.

Il centrodestra, invece, non sembra impegnato nella costruzione di un’alleanza altrettanto ampia. Giorgia Meloni rimane, secondo Tunis, il leader più credibile per distacco, ma rischia di trovarsi sola di fronte a un fronte avversario numeroso e motivato. Gli alleati che la circondano non sembrano capaci di portare un valore elettorale aggiuntivo e alcune scelte, compreso l’avvicinamento a Roberto Vannacci, avrebbero contribuito a cementare lo schieramento opposto.

Il campo largo potrà anche apparire disordinato e contraddittorio, quasi «lo Zoo di 105», ma proprio le radicalizzazioni del centrodestra rischiano di renderlo seriamente competitivo. Per comprendere come potrebbe funzionare un futuro governo fondato su questa alleanza, conclude Tunis, è sufficiente osservare il laboratorio politico della Sardegna.

Il messaggio rivolto al centrodestra è netto: la leadership personale non basta. Occorrono una coalizione capace di allargarsi, una classe dirigente radicata nei territori e soprattutto proposte concrete su energia, capitale umano, istruzione, produttività e semplificazione. Perché le elezioni passano; la perdita di competitività del Paese, invece, rischia di restare.

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