Alla Scuola nazionale di educazione civica il confronto sul ruolo della cultura nelle relazioni internazionali. Paglia: «Il dialogo tiene aperte le porte dove la forza fallisce»
Prima dei missili vengono le parole. È da questo monito che monsignor Vincenzo Paglia, presidente della Pontificia Accademia per la Vita, ha aperto nelle aule della Fondazione Campus Montecitorio i lavori della Scuola nazionale di educazione civica dedicati alla diplomazia culturale.
Quando il linguaggio si fa aggressivo, anche le relazioni tra le persone e tra gli Stati diventano più fragili. «Dobbiamo disarmare le parole», ha detto Paglia, indicando nel dialogo lo strumento capace di tenere aperte le relazioni quando la forza mostra i propri limiti. Un’urgenza resa ancora più evidente dall’intreccio tra intelligenza artificiale e armamenti nucleari, che potrebbe rendere l’ipotesi di un’apocalisse «non impossibile».
A dimostrazione di quanto la cultura possa incidere sulla stabilità di un Paese, Paglia ha richiamato il caso dell’Albania del 1991. In una fase di profonda crisi istituzionale e sociale, fu il governo albanese dell’epoca a chiedere aiuto all’Italia per consentire la riapertura delle scuole. In quindici giorni furono stampati i libri destinati a circa 900 mila studenti. Non un semplice intervento tecnico, ma una scelta politica: garantire la continuità dell’istruzione in uno dei momenti più difficili attraversati dal Paese.
È in questo spazio, più ampio dei rapporti formali tra governi e ambasciate, che si muove la diplomazia culturale. La conoscenza, la ricerca, l’arte e la formazione possono diventare strumenti di relazione e di influenza. Giusy Sica ha indicato nella ricerca scientifica uno degli assi del soft power italiano: la capacità di costruire legami duraturi attraverso le competenze, senza ricorrere all’imposizione.
La diplomazia, tuttavia, non vive soltanto nelle grandi strategie. Si misura nei gesti, nelle precedenze, nella disposizione delle bandiere e perfino nella scelta di una sedia. Enrico Passaro, già responsabile del cerimoniale a Palazzo Chigi, ha ricordato che il protocollo non è un insieme di formalità decorative, ma uno strumento che tutela il rispetto tra le istituzioni.
Lo dimostrò il «Sofagate» di Ankara, quando la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen rimase senza una poltrona accanto al presidente turco Recep Tayyip Erdoğan e al presidente del Consiglio europeo Charles Michel. Una sedia mancante, ha osservato Passaro, può compromettere anni di lavoro diplomatico. Perché, nelle relazioni tra gli Stati, la forma diventa sostanza: rivela gerarchie, rapporti di forza e considerazione politica.
Lo stesso principio vale fuori dai palazzi. Lo sport, l’economia, l’università e i nuovi linguaggi della comunicazione possono costruire ponti non meno solidi di quelli creati dagli accordi ufficiali. Il calcio femminile, ha spiegato LauraTinari, è diventato un veicolo di inclusione e leadership. Le atlete rappresentano il Paese non soltanto per i risultati ottenuti sul campo, ma anche per i valori e i modelli sociali che portano con sé.
Esiste poi una diplomazia che passa dalle competenze economiche. Il rapporto tra l’Italia e la City di Londra, ricostruito da Marco Tabili a partire dai legami nati nel Rinascimento, mostra come gli scambi commerciali siano sostenuti da una rete più ampia di relazioni tra istituzioni, formazione e mondo produttivo. Il Made in Italy diventa così non soltanto un marchio, ma uno strumento di presenza internazionale. La visita del Lord Mayor Michael Mainelli ha rappresentato un esempio recente di questo dialogo tra economia e istituzioni.
Il prestigio di un Paese dipende, però, anche dalla capacità di raccontare la propria identità. Il modello della Corea del Sud, richiamato da Benedetta Cosmi, dimostra come cinema, musica e nuovi media possano trasformare una cultura nazionale in una forza globale. Un caso che interroga direttamente l’Italia, ancora ammirata per un patrimonio costruito nei secoli, ma non sempre capace di tradurlo in una strategia contemporanea.
La diplomazia culturale torna così al suo punto di partenza: il modo in cui una comunità sceglie di rappresentarsi e di parlare agli altri. Non soltanto attraverso i grandi eventi o le istituzioni, ma anche nei comportamenti quotidiani. Da qui l’invito di Massimo Cepparello Mercuri a un «ritorno al garbo», inteso non come cerimonia o artificio, ma come forma di prevenzione del conflitto.
«Il garbo è una tecnologia evolutiva», ha detto, perché consente di ridurre la violenza e di mantenere aperto il confronto anche tra posizioni lontane. La buona educazione non è dunque un abito da indossare nelle occasioni ufficiali, ma un criterio che dovrebbe accompagnare allo stesso modo la vita pubblica e quella privata.
Nelle conclusioni, il presidente della Fondazione Giordano Fatali ha richiamato la necessità di superare la frammentazione di un Paese ancora troppo spesso diviso, proponendo la formula «competenze più collaborazione uguale sviluppo». Nessuna conoscenza, è il senso del messaggio, produce risultati se rimane isolata e nessuna istituzione può affrontare da sola le trasformazioni in corso.
Un principio ripreso dal ministro della Difesa Guido Crosetto, che ha indicato diplomazia e difesa come strumenti complementari per la tutela dell’interesse nazionale. Non due alternative, dunque, ma due funzioni chiamate a sostenersi in una fase internazionale segnata da guerre, instabilità e nuovi equilibri.
Ad Angelo Lucarella è stato affidato l’invito finale: trasformare il confronto in un progetto diffuso, capace di coinvolgere istituzioni, territori e cittadini. Perché la diplomazia culturale non comincia soltanto nei vertici internazionali, ma dalle parole che si scelgono e dalla capacità di riconoscere nell’altro un interlocutore.
Fernanda Perri