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Temussi, DG Politiche del lavoro: «Il lavoro in Italia sta cambiando. Crescono occupazione e competenze, ma il digitale resta la vera sfida»
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Redazione

Massimo Temussi, Direttore Generale delle Politiche Attive del Lavoro, racconta il mercato del lavoro italiano presentando un quadro ricco di dati che fotografano un Paese in movimento, segnato da risultati storici e da sfide ancora aperte, in particolare sul fronte delle competenze digitali.

Il tasso di disoccupazione è tornato ai livelli più bassi dal 2007 e, fatto ancora più significativo, per la prima volta da vent’anni risulti leggermente inferiore alla media europea. L’occupazione ha raggiunto i livelli più alti degli ultimi due decenni, superando la soglia record dei 24 milioni di occupati, un risultato mai registrato prima dall’Istat. Anche l’inattività continua a ridursi, mentre il tempo indeterminato ha toccato il valore più alto degli ultimi trentacinque anni. Si tratta, afferma il Direttore, di dati che «raramente trovano spazio completo sulle pagine dei giornali, perché si perdono nel flusso di notizie quotidiane».

Accanto ai numeri generali, emergono due dinamiche che Temussi definisce «storiche»: il tasso di occupazione femminile è cresciuto dell’1,2% nell’ultimo anno, una variazione rara negli ultimi vent’anni, e il Mezzogiorno ha superato per la prima volta la soglia del 50% di occupazione. Sono segnali che testimoniano un Paese meno fermo di quanto si creda, ma anche un sistema che sta iniziando a rispondere alle nuove logiche di attivazione introdotte dal governo.

Temussi attribuisce parte di questi risultati alla condizionalità inserita nel cosiddetto decreto Primo Maggio. L’idea alla base è semplice: per accedere ai sostegni non basta richiederli, occorre attivarsi, formarsi, cercare lavoro, partecipare ai percorsi proposti dai centri per l’impiego. Questo principio, spiega, ha stimolato una ripresa della partecipazione al mercato del lavoro, dimostrando che «se vuoi qualcosa, devi fare qualcosa».

Nonostante i miglioramenti, resta però una criticità strutturale: l’Italia è penultima in Europa per competenze digitali di base, un dato che appare quasi paradossale per un Paese con una delle manifatture più forti al mondo e marchi tecnologici di rilievo internazionale. Questa carenza pesa soprattutto in un contesto in cui più della metà delle imprese ricerca profili con competenze digitali, non necessariamente avanzate. Temussi chiarisce che il digitale non riguarda solo professioni altamente specializzate: «un impiegato utilizza quotidianamente piattaforme basate su intelligenza artificiale, un bibliotecario cataloga con QR code, nel porto di Gioia Tauro si manovra con joystick». La trasformazione digitale è, insomma, trasversale.

Per colmare questo divario, il Ministero ha avviato una piattaforma pubblica di microlearning che, pur lanciata in sordina lo scorso luglio, ha già coinvolto oltre centomila persone. Si tratta di un progetto sviluppato internamente, con costi contenuti e in stretta collaborazione con il Dipartimento per la Transizione Digitale, che ha fornito gratuitamente i corsi. La piattaforma ha attirato perfino l’interesse di Francia e Germania, che hanno chiesto una dimostrazione del modello italiano. Secondo Temussi, questa iniziativa rappresenta «un primo passo verso un ecosistema pubblico delle competenze capace di rispondere davvero alla domanda delle imprese».

A complicare il quadro c’è il crescente mismatch tra domanda e offerta di lavoro. Temussi riferisce che in Italia oggi ci sono circa seicentossantamila posti che restano scoperti perché mancano le competenze richieste. Non è un problema di poca istruzione universitaria, ma di scarsa corrispondenza tra ciò che le università formano e ciò che le imprese cercano. Il trend internazionale, ricorda, si sta spostando verso un approccio «skill-first». Negli Stati Uniti un numero crescente di giovani laureati omette il titolo dal curriculum per non risultare sovraqualificato, mentre in Germania diverse aziende stanno riducendo le assunzioni di profili accademici generalisti. «Le imprese cercano blocchi di competenze, non titoli astratti», afferma.

A confermarlo è l’esplosione dell’Istruzione e Formazione Professionale, cresciuta del 543% in due anni e sostenuta da investimenti pubblici rilevanti. I percorsi professionalizzanti coinvolgono oggi oltre 400 mila giovani e registrano un tasso di occupazione dell’82% dopo due anni dal conseguimento del titolo. Temussi definisce questi numeri «la prova che quando il sistema formativo dialoga davvero con il mondo produttivo, l’occupazione cresce e si stabilizza».

Il Direttore conclude con una riflessione che riguarda non solo il lavoro, ma anche il modo in cui il Paese racconta se stesso. Esiste un problema di comunicazione, afferma, perché i dati positivi «non emergono e non riescono a imporsi nel dibattito pubblico». Per lui è necessario cambiare linguaggio e strumenti, rivolgendosi soprattutto ai giovani con modalità più immediate, dall’ecosistema digitale ai social network. Solo così sarà possibile accompagnare lavoratori e imprese nella transizione digitale e tecnologica che sta ridisegnando il mercato del lavoro.

Il messaggio finale di Temussi è netto: «l’Italia sta crescendo nei numeri fondamentali, ma il futuro dipenderà dalla capacità di colmare il divario delle competenze». Un compito che riguarda l’intero sistema educativo, economico e culturale del Paese.

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