La legge elettorale arriva al traguardo, ma la maggioranza ci arriva ancora con le ferite aperte. Dopo la clamorosa bocciatura di martedì dell’emendamento sulle preferenze – affondato a scrutinio segreto per un solo voto – anche la giornata di ieri alla Camera è stata segnata dalle tensioni interne al centrodestra, dalle accuse delle opposizioni e da un nuovo passaggio parlamentare destinato a lasciare il segno: il voto sulle preferenze proposto dai deputati vicini a Roberto Vannacci, sostenuto questa volta anche da Fratelli d’Italia, è stato nuovamente respinto.
Il tentativo di riaprire la partita non è bastato. L’Aula ha confermato il no alle preferenze, certificando ancora una volta le difficoltà della maggioranza nel tenere unito il fronte durante le votazioni segrete. Un risultato che le opposizioni hanno letto come la prova dell’esistenza di franchi tiratori e di una coalizione sempre più divisa sul dossier elettorale.
Diverso, invece, il clima sul voto fuorisede. L’emendamento che introduce la possibilità di votare lontano dal comune di residenza ha raccolto un consenso trasversale ed è stato approvato all’unanimità con 353 voti favorevoli, diventando uno dei pochi punti condivisi tra maggioranza e opposizioni nell’intero iter della riforma. Un segnale politico importante, arrivato dopo settimane di scontro su quasi ogni aspetto del provvedimento.
Ora il calendario è fissato. Domani mattina, alle 9.30, la Camera sarà chiamata al voto finale sulla riforma. Anche in questo caso lo scrutinio sarà segreto, elemento che mantiene alta l’incertezza dopo quanto accaduto sulle preferenze e rende l’esito politico della votazione particolarmente osservato.
Le opposizioni continuano a leggere quanto accaduto come il segnale di una maggioranza ormai attraversata dai franchi tiratori. In Aula la capogruppo del Partito democratico, Chiara Braga, ha parlato di “una nuova maggioranza, quella tra Fratelli d’Italia e i vannacciani”, sostenendo che il centrodestra “non è più quello uscito dalle urne”. In una successiva nota congiunta, Braga, Riccardo Ricciardi e Luana Zanella hanno accusato la maggioranza di voler “nascondere ai cittadini il tracollo di una maggioranza finita in una palude”, criticando il diniego della diretta televisiva delle dichiarazioni di voto finali. “Quando si tratta di propaganda la televisione pubblica va bene, quando invece bisogna mostrare le divisioni della maggioranza si preferisce spegnere le telecamere”, affermano i tre presidenti di gruppo.
Anche il Movimento 5 Stelle è tornato ad attaccare il governo. Il presidente dei deputati, Riccardo Ricciardi, ha definito la riforma “una legge nata male e destinata a dividere la stessa maggioranza che l’ha scritta”, sostenendo che “il governo è stato battuto da se stesso”. Dello stesso tenore l’intervento di Alleanza Verdi-Sinistra, con Luana Zanella che ha parlato di “una crisi politica ormai evidente” e di “una maggioranza che non controlla più la propria Aula”.
Dal centrodestra, invece, il tentativo è stato quello di ridimensionare la portata politica della sconfitta. Il ministro per i Rapporti con il Parlamento, Luca Ciriani, ha ribadito che “abbiamo perso una partita politica, però andiamo a testa alta perché abbiamo fatto quello che avevamo promesso”, aggiungendo che “cerchiamo di portare a casa la legge tra oggi e domani”. Ciriani ha inoltre lasciato aperta la possibilità che il tema delle preferenze possa essere affrontato nuovamente durante l’esame del provvedimento al Senato.
Anche Forza Italia ha respinto le accuse delle opposizioni. La vicepresidente del Senato, Licia Ronzulli, ha sostenuto che “il Pd continua a chiedere le preferenze ma poi non le vota, perché toglierebbero a Elly Schlein la possibilità di scegliere i suoi fedelissimi da portare in Parlamento”. Da Fratelli d’Italia, invece, si continua a escludere qualsiasi collegamento tra il voto segreto e la tenuta della maggioranza, attribuendo l’esito delle votazioni alla fisiologia degli scrutini segreti.
Sul voto fuorisede, al contrario, i toni sono stati completamente diversi. Maggioranza e opposizioni hanno salutato il via libera unanime come uno dei pochi punti realmente condivisi della riforma, sottolineando come la misura rappresenti un passo avanti per garantire il diritto di voto agli elettori domiciliati lontano dal comune di residenza.
Domani, con il voto conclusivo, si chiuderà una delle pagine parlamentari più tese dell’ultimo anno. Resta da capire se l’ultimo scrutinio confermerà le crepe emerse negli ultimi due giorni o consentirà alla maggioranza di archiviare definitivamente una riforma che, ben prima dell’approvazione finale, ha già prodotto il suo principale effetto politico: mettere in evidenza le fragilità interne della coalizione di governo.
Nicolò Zambelli