L’Europa non si decide solo nei vertici di Bruxelles, ma si costruisce nella consapevolezza di chi sarà chiamato a governarla. Presso la Fondazione Campus Montecitorio, la Scuola Nazionale di Educazione Civica ha continuato il suo percorso con un modulo dedicato all’UE, trasformando l’aula in un laboratorio di analisi geopolitica. Il messaggio emerso dal confronto è netto: in un mondo segnato da “guerre cognitive” e imperi nascenti, la formazione di una classe dirigente preparata non è un lusso, ma una necessità vitale per la tenuta del sistema-Paese. Angelo Lucarella, team leader del panel, ha aperto i lavori ricordando che l’identità del Continente affonda le radici in una storia di scambi che precede ogni trattato istituzionale. Evocando le mappe medievali di al-Idrisi, che descrisse il Sud Italia per Ruggero II, e le esplorazioni del norvegese Otar, le cui rotte arrivarono secoli dopo nelle mani di Napoleone per definire i commerci tra Mediterraneo e Baltico, Lucarella ha mostrato come l’Europa sia nata dalla necessità di regolare i rapporti tra popoli diversi. Per Lucarella, l’integrazione deve oggi farsi «feeling» generazionale: un senso di appartenenza che permetta ai giovani di sentire propria la dimensione europea senza rinnegare le radici nazionali, assumendosi la responsabilità di risolvere i problemi ereditati dal passato.
A questa “mappatura” dell’identità ha fatto eco l’analisi di Carlo Corazza, Capo dell’Ufficio del Parlamento europeo in Italia, che ha riportato il dibattito sulla «Europa concreta». Quella che, ha spiegato, non è un «Fato» o una «matrigna» lontana, ma il volto di figure come il vicepresidente della Commissione Raffaele Fitto e dei ministri che siedono in Consiglio: una realtà politica che dipende direttamente dal voto dei cittadini. Corazza ha però avvertito che questa democrazia è oggi bersaglio di una «guerra cognitiva» mossa dalle autocrazie. Attraverso la disinformazione e la polarizzazione alimentata dagli algoritmi dei social media, si punta a confondere l’opinione pubblica e a trasformare l’avversario politico in nemico, colpendo la libertà di scelta che è il fondamento delle democrazie liberali. Per non soccombere, l’Unione deve seguire le “bussole” rappresentate dai rapporti di Mario Draghi sulla competitività e di Enrico Letta sul mercato interno. La ricetta prevede investimenti per 800 miliardi l’anno in innovazione, difesa e sicurezza energetica, ma richiede soprattutto il coraggio di superare il diritto di veto su fisco e politica estera. Il monito finale è un richiamo alla storia: come le polis greche o gli stati italiani del Rinascimento, che scivolarono nell’irrilevanza per non aver saputo unirsi contro i grandi imperi, anche l’Europa rischia oggi il declino. La scelta è tra condividere la sovranità per esercitarla insieme o rassegnarsi a diventare «satelliti di imperi sempre più arroganti»