Il sistema delle relazioni industriali italiane è oggi a un punto di svolta. Tra trasformazioni economiche, evoluzione normativa e nuove esigenze delle imprese, la contrattazione collettiva torna al centro del dibattito come leva strategica per la competitività e la sostenibilità del lavoro.
Ne parliamo con Alessandro Franco, Segretario Generale di Federterziario, che propone una lettura lucida e trasformativa dello scenario attuale, individuando le principali criticità del sistema e delineando soluzioni concrete per renderlo più equo, aperto e realmente funzionale alle esigenze delle PMI e dei lavoratori.
Segretario, il mondo del lavoro sta attraversando una fase di profonda trasformazione: come descriverebbe oggi lo stato di salute del sistema delle relazioni industriali in Italia e quali sono le principali sfide da affrontare?
Lo stato di salute del sistema delle relazioni industriali in Italia è, senza mezzi termini, precario. Non parlerei di un sistema “malato”, ma certamente di un sistema che vive una fase di forte criticità, caratterizzata da evidenti contraddizioni. Da un lato, infatti, emerge un dato che potrebbe sembrare positivo: la quasi totalità dei lavoratori è coperta da contratti collettivi. Dall’altro, però, questa copertura si concentra in maniera quasi esclusiva su contratti sottoscritti da un numero limitato di soggetti, il che riduce di fatto la libertà di scelta delle imprese.
Il problema principale è che negli ultimi decenni si è creato un sistema in cui le aziende, per accedere a benefici e agevolazioni, sono di fatto obbligate ad applicare determinati contratti, indipendentemente dalla loro reale aderenza alle specificità aziendali. Questo genera un meccanismo basato più sulla cautela che sull’efficienza, dove l’impresa non sceglie il contratto migliore, ma quello “più sicuro” dal punto di vista normativo. La sfida principale, quindi, è aprire il sistema, introducendo una reale pluralità di modelli di relazioni industriali.
Non si tratta di sostituire un sistema con un altro, ma di creare condizioni di concorrenza sana e controllata, che stimolino qualità e innovazione a beneficio di imprese e lavoratori.
Il sistema della contrattazione collettiva italiana appare oggi più “disordinato” che realmente frammentato. Qual è, secondo lei, la priorità assoluta per riportare equilibrio tra pluralismo e certezza del diritto?
È assolutamente corretto parlare di disordine più che di frammentazione. Formalmente il nostro ordinamento consente la pluralità della rappresentanza e la possibilità di sottoscrivere contratti collettivi, come previsto dall’articolo 39 della Costituzione. Tuttavia, nella pratica, questa pluralità viene fortemente limitata da una serie di meccanismi normativi e interpretativi che indirizzano le imprese verso l’applicazione di determinati contratti, creando un evidente squilibrio tra principio e realtà operativa. Il risultato è un sistema che, da un lato, appare ricco di contratti e soggetti firmatari, ma dall’altro è di fatto ingessato, perché la libertà di scelta delle imprese è condizionata dal timore di perdere benefici, agevolazioni o di incorrere in contestazioni. Questo genera un disordine strutturale, in cui coesistono formalmente molte opzioni, ma sostanzialmente poche sono realmente praticabili.
La priorità assoluta, quindi, è cambiare paradigma: passare da una valutazione basata su criteri soggettivi – cioè su chi firma il contratto – a una valutazione oggettiva e sostanziale, centrata sui contenuti del contratto stesso. Dobbiamo iniziare a chiederci quale contratto garantisce migliori condizioni complessive per lavoratori e imprese, considerando non solo il livello retributivo, ma anche il sistema di welfare, le tutele, la flessibilità e la capacità di rispondere alle esigenze dei diversi settori produttivi.
Questo passaggio è fondamentale perché consentirebbe di introdurre una competizione virtuosa tra contratti, basata sulla qualità e non sull’appartenenza. Una competizione, è bene sottolinearlo, che deve essere regolata e monitorata dal legislatore, con l’introduzione di standard minimi inderogabili al di sotto dei quali non si può scendere, ma che lasci spazio al miglioramento e all’innovazione. In questo scenario, il ruolo del governo diventa centrale. Dopo il lavoro di analisi e sistematizzazione già avviato, è necessario un intervento normativo che dia certezza alle regole, crei un quadro chiaro di riferimento e consenta alle imprese di operare senza ambiguità. Solo così sarà possibile conciliare davvero pluralismo e certezza del diritto, trasformando quello che oggi è percepito come disordine in un sistema dinamico, trasparente e orientato alla qualità.
Federterziario propone il Repertorio Nazionale dei CCNL: in che modo questo strumento può diventare un vantaggio competitivo concreto per imprese e lavoratori, soprattutto nel mondo delle PMI?
Il Repertorio Nazionale dei CCNL rappresenta, prima di tutto, uno strumento di ordine e trasparenza in un sistema che oggi conta centinaia di contratti, spesso difficili da interpretare e confrontare. L’obiettivo non è ridurre il pluralismo, ma renderlo leggibile e governabile, introducendo criteri oggettivi di valutazione.
L’idea è quella di partire dai contratti più diffusi nei diversi settori e sottoporli a una comparazione tecnica, che non si limiti alla retribuzione, ma consideri il cosiddetto trattamento economico complessivo. Questo significa includere tutti gli elementi che incidono realmente sulla qualità del lavoro: welfare, tutele, istituti contrattuali e benefici accessori.
I contratti che risultano equivalenti o migliorativi rispetto agli standard individuati vengono inseriti in un Repertorio ufficiale, riconosciuto dal legislatore. In questo modo, al concetto di “comparativamente più rappresentativo”, oggi richiamato in numerose disposizioni normative ma privo di una definizione codificata, si affiancherebbe, o più opportunamente si sostituirebbe, un criterio oggettivo: l’inclusione nel Repertorio, quale attestazione della qualità e dell’adeguatezza dei contenuti contrattuali.
Questo passaggio è fondamentale perché consentirebbe alle imprese di scegliere con maggiore libertà e sicurezza, senza il rischio di perdere agevolazioni o incorrere in contestazioni. Per le PMI, in particolare, si tratterebbe di un cambiamento molto rilevante. Oggi spesso si trovano a dover applicare contratti costruiti su misura per realtà molto più grandi, con esigenze completamente diverse.
Un sistema più aperto e competitivo permetterebbe invece di valorizzare soluzioni contrattuali più aderenti alla loro struttura, migliorando sia la sostenibilità economica sia le condizioni offerte ai lavoratori.
Il tema della rappresentatività è oggi al centro del dibattito: come si può passare da criteri presuntivi a una rappresentanza realmente “misurabile”?
Il tema della rappresentatività è uno dei nodi più delicati del sistema, anche perché oggi manca una normativa chiara e condivisa che definisca criteri oggettivi. Fino ad ora ci si è basati su parametri presuntivi, che però non sono più sufficienti, come evidenziato anche dalla Corte Costituzionale.
Il passaggio verso una rappresentanza realmente misurabile richiede innanzitutto di individuare indicatori concreti e condivisi. Il problema è che non esiste un unico criterio valido: si può guardare al numero di imprese associate, al numero di lavoratori rappresentati o ad altri elementi, ma ciascuno di questi presenta limiti evidenti.
Per questo motivo, la soluzione non può essere imposta da una sola parte. È necessario un intervento del governo che coinvolga tutte le organizzazioni, non solo quelle storicamente più rappresentative, ma anche quelle che oggi operano in modo significativo nel sistema. Solo attraverso un confronto ampio si possono definire regole condivise e realmente efficaci.
In questo contesto, l’introduzione di maggiore concorrenza tra modelli contrattuali può avere un effetto positivo, perché spinge le organizzazioni a migliorare la qualità della propria rappresentanza e dei servizi offerti, rendendo il sistema più dinamico e credibile.
I ritardi nei rinnovi contrattuali stanno comprimendo il potere d’acquisto dei lavoratori: quali soluzioni concrete propone Federterziario per rendere la contrattazione più tempestiva ed efficace?
Il problema dei ritardi nei rinnovi contrattuali è oggi particolarmente rilevante, perché incide direttamente sul potere d’acquisto dei lavoratori e sulla stabilità delle imprese. In alcuni casi si registrano ritardi di diversi anni, con conseguenze evidenti sul piano economico e sociale. Un primo segnale è arrivato con l’introduzione di meccanismi che prevedono compensazioni automatiche dopo un certo periodo dalla scadenza del contratto. Si tratta di un passo importante, ma non sufficiente a risolvere il problema alla radice.
Dal nostro punto di vista, una soluzione concreta è inserire direttamente nei contratti clausole che prevedano adeguamenti automatici legati all’inflazione, una volta superata una determinata soglia temporale. Questo consentirebbe di garantire continuità e tutela ai lavoratori, anche in assenza di rinnovi immediati.
Accanto a questo, riteniamo che il vero fattore abilitante sia ancora una volta la concorrenza. In un sistema aperto, la presenza di contratti alternativi aggiornati spingerebbe naturalmente le parti a rinnovare in tempi più rapidi, per non perdere adesioni.
In questo modo, la tempestività della contrattazione non sarebbe più solo un obiettivo da perseguire, ma una conseguenza naturale di un sistema più dinamico e competitivo.