
di Salvatore La Rosa
Docente di Bioetica Ateneo Pontificio Regina Apostolorum
Se esiste oggi una città capace di incarnare la dolorosa sutura tra l’Occidente razionalista e l’Oriente mistico, quella è Odessa. È qui che Francesco G. Tigani ambienta Efialte di Odessa, un’opera che supera i confini del romanzo bellico per trasformarsi in una riflessione tragica sulla condizione umana contemporanea.
C’è un momento in cui la cronaca smette di essere semplice notizia e diventa destino. Nel libro di Tigani questo passaggio avviene sotto gli occhi del lettore. La guerra in Ucraina non è soltanto lo sfondo della narrazione, ma il luogo in cui il mito antico riemerge per interpretare il presente. L’autore non racconta semplicemente un conflitto: prova a decifrare il collasso di un mondo.
Il titolo contiene già la chiave di lettura dell’opera. Efialte è il demone dell’incubo, ma anche il nome del traditore delle Termopili. La battaglia del protagonista, Hennadiy, è dunque duplice: esterna, contro l’invasione che ha devastato la sua città, e interiore, contro i fantasmi che abitano la memoria e il dolore.
Elemento centrale della narrazione è il mare. Non semplice scenario, ma presenza simbolica che attraversa tutto il romanzo. Il mare rappresenta il non-senso del divenire, la forza imprevedibile della storia, ma anche l’ultimo orizzonte di libertà rimasto a Hennadiy e a suo figlio, alla deriva su una zattera prima di essere salvati da un cargo turco. È un mare che tradisce e consola, proprio come la memoria, custodendo insieme la perdita e la speranza.
La scrittura di Tigani è densa e stratificata. In alcuni passaggi volutamente complessa, sembra voler restituire al lettore la fatica stessa del pensare in tempi di crisi. La sua è una prosa poetica che tenta di sottrarre le parole all’usura della propaganda e dell’informazione istantanea. Dietro ogni pagina si avverte una profonda pietas verso le vite spezzate dalla guerra e una costante attenzione alla fragilità umana.
Tra le pagine più intense del libro emerge l’interrogatorio di Hennadiy da parte delle autorità della NATO. È qui che Tigani mette in scena uno dei conflitti fondamentali della nostra epoca: quello tra il pensiero calcolante degli apparati tecnico-militari, che cercano dati, ricostruzioni e logiche operative, e la verità irriducibile dell’esperienza umana.
Il racconto di Hennadiy appare frammentario, oscuro, quasi poetico. Dove l’istituzione cerca fatti, il profugo restituisce il mistero del trauma. In questo scarto si coglie una delle intuizioni più profonde del romanzo: la sofferenza non può essere completamente tradotta nei linguaggi della tecnica, dell’intelligence o della geopolitica. Esiste una verità che emerge soltanto tra le macerie e che sfugge a ogni tentativo di catalogazione.
Per questo Efialte di Odessa assume il valore di un autentico memento mori per il nostro tempo. In un’epoca che sogna di prolungare indefinitamente la vita attraverso la tecnica e di neutralizzare ogni forma di sofferenza, Hennadiy incarna invece la vulnerabilità costitutiva dell’essere umano. È l’uomo esposto alla storia, fragile e disarmato, che continua tuttavia a cercare un senso nel cuore della tragedia.
Più che un romanzo sulla guerra, quello di Francesco G. Tigani è un libro sulla condizione umana. E proprio per questo riesce a parlare non soltanto dell’Ucraina, ma di tutti noi.