UPDATE:

Italia Viva, Gadda: «La donazione è economia circolare. Ora il fisco riconosca anche i servizi»
[rank_math_breadcrumb]

Redazione

La deputata di Italia Viva alla Scuola Nazionale di Educazione Civica di Campus Montecitorio: «Profit e non profit hanno condiviso competenze e modelli organizzativi». E sulla sussidiarietà avverte: «Non sia uno scaricabarile dello Stato»

 Incentivi fiscali non soltanto per le imprese che donano alimenti, farmaci e altri prodotti, ma anche per quelle che mettono a disposizione mezzi, trasporti e servizi logistici. A dieci anni dall’approvazione della legge contro gli sprechi, Maria Chiara Gadda indica il passaggio successivo: rafforzare la rete che unisce profit e non profit, perché una donazione non si fermi davanti alla mancanza di un camioncino o di una cella frigorifera.

È la proposta avanzata dalla deputata di Italia Viva, promotrice della legge 166 del 2016, intervenuta alla Scuola Nazionale di Educazione Civica di Campus Montecitorio. Una norma che in dieci anni ha consentito di sottrarre allo spreco centinaia di tonnellate di alimenti, farmaci e altri beni, ma soprattutto ha fatto incontrare due mondi apparentemente lontani.

«Profit e non profit, attraverso la donazione e il recupero delle eccedenze, non hanno soltanto evitato lo spreco, ma hanno condiviso competenze», ha spiegato Gadda. È questo, secondo la deputata, il risultato più significativo della legge: aver trasformato un gesto solidaristico in un modello organizzato di collaborazione tra imprese e Terzo settore.

«La donazione è tecnicamente un modo per allungare il ciclo di vita di un prodotto», ha osservato. Un bene può perdere il proprio valore commerciale senza perdere la sua utilità. Può uscire dal mercato ed entrare nella rete della solidarietà sociale, invece di diventare un rifiuto.

Il punto politico dell’intervento è proprio questo: il recupero delle eccedenze non appartiene soltanto al campo dell’assistenza, ma a quello dell’economia circolare. Riduce gli sprechi, limita i costi dello smaltimento e consente, nello stesso tempo, di rispondere ai bisogni delle persone. La sostenibilità, per Gadda, deve infatti mostrare insieme i suoi tre volti: ambientale, economico e sociale.

La legge, nata soprattutto per il recupero di alimenti e farmaci, è stata progressivamente estesa ai prodotti tessili, ai libri, ai giocattoli, agli arredi e ad altri beni della vita quotidiana. Un ampliamento che segue il cambiamento della povertà italiana. Alla difficoltà di acquistare il cibo si affiancano quella di curarsi e l’impossibilità di accedere a prodotti comuni.

«I bisogni della società cambiano», ha sottolineato Gadda. E per questo anche le norme «non possono rimanere uguali a se stesse». La legge 166, ha ricordato, è stata modificata più volte proprio per adattarsi alle trasformazioni della società e alle nuove forme di fragilità.

A pochi passi dall’aula della Camera, il ragionamento si allarga così al modo in cui la politica scrive e applica le leggi. Non basta approvare un provvedimento e rivendicarne il risultato. Occorre seguirne l’attuazione, verificare gli effetti prodotti e intervenire quando emergono ostacoli che il legislatore non aveva previsto.

«L’attuazione delle norme è un elemento altrettanto importante quanto la loro scrittura», ha affermato Gadda. Un richiamo a una politica spesso concentrata sul momento del voto parlamentare e molto meno attenta a ciò che accade dopo.

Nel caso della legge antispreco, il nuovo ostacolo è soprattutto logistico. Le imprese sono sempre più disponibili a donare, ma le associazioni non sempre dispongono dei mezzi necessari per ritirare, conservare e distribuire i prodotti.

«Se non ci sono camioncini, celle frigorifere, abbattitori e contenitori in grado di mantenere la catena del freddo e del caldo, è molto difficile recuperare le eccedenze», ha avvertito la deputata. Il problema riguarda soprattutto i settori agricolo, alberghiero, della ristorazione e dei grandi eventi, dove i tempi sono stretti e la conservazione richiede strutture adeguate.

Da qui la richiesta di un nuovo intervento fiscale. La legge già riconosce la donazione dei beni, il Codice del Terzo settore sostiene le erogazioni liberali e il volontariato d’impresa permette alle aziende di condividere le proprie competenze. Restano però fuori il trasporto, lo stoccaggio, le attrezzature e l’organizzazione necessari a far funzionare la rete.

«Oggi credo sia giunto il tempo di riconoscere anche i servizi», ha affermato Gadda. Un’impresa che mette gratuitamente a disposizione un mezzo, un magazzino o una competenza logistica produce, secondo la deputata, un valore sociale non diverso da quello generato dalla donazione di un bene.

In questo quadro il fisco non è soltanto uno strumento economico. È, nelle parole di Gadda, una «spinta leggera al cambiamento», capace di orientare i comportamenti e di riconoscere la responsabilità sociale delle imprese.

Il ragionamento si intreccia con il principio costituzionale di sussidiarietà. Una parola che, precisa la deputata, non deve diventare uno «scaricabarile» con cui il pubblico trasferisce sul privato sociale compiti e responsabilità. Deve significare, invece, partecipazione comune alla creazione di valore.

La riforma del Terzo settore parla di coprogrammazione e coprogettazione: associazioni e volontariato non dovrebbero essere chiamati soltanto a eseguire decisioni già prese, ma contribuire a individuare i bisogni e a costruire le risposte. «Non devono essere meramente soggetti attuatori delle politiche», ha spiegato Gadda.

Un passaggio ancora difficile. «La pubblica amministrazione spesso fa fatica ad avere un rapporto collaborativo e dialogante con la società civile», ha riconosciuto. Una difficoltà che si traduce anche nel ricorso agli appalti al massimo ribasso, quando invece la priorità dovrebbe essere la qualità dei servizi offerti alle persone.

Serve allora un metodo capace di riunire istituzioni, imprese, Terzo settore e territori. Il contrasto agli sprechi attraversa più ministeri e più competenze: agricoltura, ambiente, politiche sociali, sanità, scuola e sviluppo economico.

Ma servono soprattutto dati. «Quando il legislatore non si basa su numeri tangibili tende a prendere anche le vie sbagliate», ha avvertito Gadda. Misurare l’impatto della legge significa capire quali parti della filiera funzionano, dove il recupero si interrompe e quali strumenti siano necessari per renderlo più efficace.

Ed è proprio su questo terreno — quello della verifica, della continuità e della capacità di correggere ciò che non funziona — che si inserisce il ruolo della Scuola di Campus Montecitorio. Nel confronto con la platea, Gadda ha condiviso l’idea di un laboratorio permanente capace di affiancare il legislatore e di evitare che il disegno originario delle norme si perda tra modifiche, burocrazia e alternanze di governo.

Perché una legge non si esaurisce nel giorno in cui viene approvata. Ha bisogno di un «tagliando» costante, capace di accompagnarla mentre cambiano i bisogni dei cittadini. Ed è forse qui che si misura davvero la qualità della politica

Condividi

articoli correlati