UPDATE:

Nicolò Zambelli

Il 3,1% di deficit certificato per il 2025 restringe i margini di manovra del governo proprio mentre si avvicina la legge di bilancio. Per capire quali siano, secondo il Movimento 5 Stelle, le priorità economiche per i prossimi mesi, abbiamo intervistato il senatore Mario Turco, vicepresidente del M5S e delegato alle politiche economiche e fiscali del Movimento. Dalla tenuta dei conti pubblici al caro-carburanti, passando per inflazione, costo della vita e crescita, Turco illustra le proposte dei pentastellati e indica le misure che il M5S considera centrali per la prossima manovra, anche in vista di possibili convergenze con le altre forze del campo largo.

Il 3,1% di deficit quanto limita le possibilità del Governo di intervenire in manovra? E quali sono, a questo punto, i margini finanziari ancora disponibili?

Sicuramente il 3,1% limita gli spazi rispetto alle aspettative del Governo e rinvia l’uscita dell’Italia dalla procedura europea per disavanzo eccessivo. Ma non possiamo ridurre tutta la discussione sulla politica economica italiana a un decimale di deficit in più o in meno. Il vero tema è quali priorità si scelgono all’interno degli spazi disponibili e, soprattutto, quali nuovi strumenti si è capaci di mettere in campo.

Anche un deficit sotto il 3% non avrebbe improvvisamente creato decine di miliardi liberamente spendibili per i cittadini. La nostra critica è soprattutto politica: se si cercano nuovi margini di bilancio, questi devono essere destinati prioritariamente alla crescita, alla sanità, ai redditi, all’innovazione e alla politica industriale.

Non possiamo pensare di mettere in sicurezza il debito soltanto attraverso avanzi primari e contenimento della spesa. Con un debito così elevato serve certamente responsabilità nei conti pubblici, ma senza crescita diventa molto più difficile ridurre il rapporto debito/Pil.

Per questo abbiamo depositato una proposta di legge, alla Camera a prima firma del presidente Conte e al Senato a mia prima firma, per istituire un Fondo sovrano degli investimenti, collocato fuori dal perimetro della pubblica amministrazione e capace di mobilitare almeno 100 miliardi verso gli asset e le filiere strategiche del Paese.

Sul caro-carburanti, quali interventi dovrebbe mettere in campo l’Esecutivo?

Il calmieramento temporaneo deciso da Eni e da altre compagnie può dare un sollievo ai cittadini, ma non può sostituire una politica pubblica strutturale. Parliamo di interventi circoscritti nel tempo e decisi discrezionalmente dalle singole aziende.

Il punto politico è un altro: il governo ha siglato di fatto una sorta di baratto di fatto, per cui le compagnie concedono qualche centesimo di sconto temporaneo alla pompa mentre il Governo rinuncia ad affrontare seriamente il tema degli extraprofitti. Sarebbe un meccanismo molto conveniente per chi ha realizzato profitti eccezionali, molto meno per i cittadini: qualche settimana di prezzi calmierati da una parte, mentre dall’altra gli extra-guadagni rimangono sostanzialmente nelle disponibilità delle imprese.

Il Governo dovrebbe invece agire su tre fronti: contrastare eventuali fenomeni speculativi nella formazione dei prezzi; utilizzare in maniera selettiva la leva fiscale per sostenere famiglie e imprese maggiormente colpite; introdurre un prelievo efficace sugli extraprofitti quando shock eccezionali producono guadagni straordinari in determinati settori.

Se si ritiene che calmierare i prezzi sia utile, allora il Governo dovrebbe assumersi direttamente questa responsabilità, attraverso strumenti generali e trasparenti, invece di affidarsi soltanto alle iniziative volontarie delle singole compagnie.

Il principio dovrebbe essere semplice: non si possono socializzare i costi delle crisi e lasciare interamente privati i guadagni straordinari generati da quelle stesse crisi. Una tassazione degli extraprofitti costruita in modo solido sotto il profilo giuridico e fiscale consentirebbe di recuperare risorse da destinare alla riduzione del costo dell’energia e dei carburanti e al sostegno di famiglie e imprese. Altrimenti il rischio è che gli sconti siano temporanei, gli extraprofitti restino, e a pagare il conto siano ancora una volta i cittadini.

Quale tra inflazione, caro-energia e aumento del costo della vita rischia di essere oggi il problema economico meno considerato dall’Esecutivo?

Sono problemi strettamente collegati. Il caro-energia alimenta l’inflazione attraverso le bollette, i costi di produzione e quelli di trasporto, con conseguenze sui prezzi alimentari e soprattutto sul potere d’acquisto delle famiglie.

A settembre la BCE ha aumentato di 25 punti base i tassi di riferimento, portando il tasso sui depositi al 2,50%. Una stretta monetaria che progressivamente si trasmette al costo del credito, ai nuovi mutui e ai finanziamenti per famiglie e imprese.

Ma c’è anche un altro effetto dell’inflazione che viene spesso dimenticato: il fiscal drag. Quando salari e pensioni aumentano nominalmente per inseguire i prezzi, una parte di quell’aumento rischia di essere assorbita da una maggiore imposizione fiscale.

Per questo ho depositato da tempo in Senato una proposta per introdurre una “scala mobile fiscale”: un meccanismo automatico che indicizzi all’inflazione scaglioni e detrazioni, evitando che l’aumento nominale dei redditi si trasformi paradossalmente in un aumento della pressione fiscale. In questo modo si protegge il reddito reale dei lavoratori senza aumentare il costo del lavoro per le imprese.

Infine c’è il costo del debito. L’aumento dei tassi e dei rendimenti significa destinare una quota crescente delle risorse pubbliche al pagamento degli interessi anziché a investimenti e servizi. Per questo inflazione, crescita e sostenibilità del debito devono essere affrontate insieme.

Guardando ai quasi quattro anni di Governo Meloni, quale scelta di politica economica ritiene abbia prodotto i risultati meno convincenti? E cosa avrebbe fatto al suo posto?

La nostra critica principale riguarda l’assenza di una strategia strutturale per aumentare il potenziale di crescita del Paese. Nel 2025 l’Italia è cresciuta dello 0,5%. Non è soltanto il dato di un singolo anno a preoccuparci: è una crescita troppo debole per un Paese che deve sostenere salari, investimenti e welfare e contemporaneamente ridurre un debito pubblico molto elevato.

La Commissione europea stima il rapporto debito/Pil al 137,1% nel 2025, al 138,5% nel 2026 e al 139,2% nel 2027. Questo dimostra che il solo consolidamento dei conti non è sufficiente. Per ridurre realmente il rapporto debito/Pil bisogna agire anche sul denominatore, cioè far crescere stabilmente l’economia.

Il PNRR ha rappresentato in questi anni un sostegno fondamentale agli investimenti. Ed è proprio per questo che dobbiamo preoccuparci di ciò che accadrà dopo la conclusione del suo impulso finanziario: il rischio è aprire un vuoto negli investimenti proprio mentre il Paese avrebbe bisogno di accelerare sulla produttività, sull’innovazione, sulla transizione tecnologica e sulla politica industriale.

La nostra alternativa è costruire strumenti permanenti di investimento e di mobilitazione del risparmio nazionale verso l’economia reale, capaci di accompagnare il Paese anche oltre il PNRR.

Quali misure considera irrinunciabili il M5S nella prossima legge di bilancio? E su quali di queste c’è già un terreno comune con le altre forze del campo largo?

Su alcuni obiettivi esistono già convergenze importanti, a partire dal salario minimo e dal rafforzamento della sanità pubblica.

Più in generale, riteniamo necessario riportare al centro una politica economica nella quale lo Stato non si limiti a correggere i fallimenti del mercato, ma sappia anche orientare gli investimenti e creare le condizioni affinché il capitale privato possa concorrere allo sviluppo.

La domanda non è quindi semplicemente se serva più o meno Stato, ma quale Stato vogliamo nell’economia.

Le nostre priorità sono chiare: un Fondo sovrano degli investimenti per mobilitare risorse verso l’economia reale; una ‘scala mobile fiscale’ per neutralizzare il fiscal drag; l’ampliamento della no tax area per i redditi più bassi; strumenti fiscali per sostenere gli investimenti produttivi; l’utilizzo di crediti d’imposta cedibili; una Banca pubblica di investimento e garanzia per rafforzare la capitalizzazione delle piccole e medie imprese e offrire loro canali alternativi e complementari al credito bancario; infine, un cashback fiscale capace di incentivare i pagamenti tracciabili e creare una maggiore convenienza alla legalità.

Il filo conduttore è uno solo: aumentare consumi, investimenti e produttività e riportare progressivamente l’Italia verso tassi di crescita più vicini alla media europea, puntando nel medio periodo all’1,5-2%.

È su questa idea di politica economica — crescita, redistribuzione, investimenti e rafforzamento dell’economia reale — che riteniamo possibile costruire un terreno comune con le altre forze progressiste.

Condividi

articoli correlati