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Il ministro Musumeci: «il mare è la nostra vera infrastruttura»

Redazione

Oltre l’85% delle merci mondiali viaggia via mare. Nello Musumeci guarda alla Blue Economy, alle nuove professioni e alla sfida dei fondali.

Per capire quanto pesa il mare nell’economia mondiale basta un numero: oltre l’85% delle merci viaggia sull’acqua. Non su strada o su ferrovia e neanche in aereo. Per Nello Musumeci, ministro per la Protezione civile e le Politiche del mare, è da qui che bisogna partire: il mare non è soltanto paesaggio, turismo o una parte della nostra storia. È una grande infrastruttura. E per un Paese come l’Italia significa soprattutto economia e lavoro.

La Blue Economy comprende porti, nautica, cantieristica, turismo, trasporto di merci e passeggeri, attività sportive e biologia marina. Un settore che, nelle cifre richiamate dal ministro, conta oltre 250 mila imprese e più di un milione di occupati. I dati più recenti del Rapporto nazionale sull’Economia del Mare 2026 confermano dimensioni analoghe: 253.599 imprese, oltre 1,1 milioni di occupati e un valore complessivo pari all’11,4% del Pil.

Eppure, proprio qui si apre il paradosso. Il lavoro c’è, ma mancano le persone. Musumeci parla di circa 150 mila lavoratori e non soltanto per le professioni tradizionalmente associate alla navigazione. Servono competenze qualificate, alcune universitarie, altre tecniche.

Perché nel frattempo anche i mestieri del mare sono cambiati. Al capitano di lungo corso e al direttore di macchina si affiancano operatori di droni, tecnici che lavorano sui cavi sottomarini, specialisti della digitalizzazione dei porti e nuove figure nella cantieristica. Professioni che fino a pochi anni fa quasi non esistevano.

A cambiare più lentamente è invece l’immagine che ne hanno i giovani. Lavorare sul mare continua a significare, per molti, stare lontani da casa, rinunciare ai fine settimana, avere ritmi difficili da conciliare con la vita privata. Ed è anche per questo che Musumeci insiste sull’orientamento scolastico: far conoscere prima le possibilità significa permettere ai ragazzi di considerarle quando arriva il momento di scegliere un percorso di studi.

Poi c’è un altro mare, quello che non si vede. Sotto la superficie passano cavi per le comunicazioni e infrastrutture energetiche, si studiano i fondali, le faglie, la biologia marina, si fa ricerca e archeologia subacquea. Una dimensione diventata strategica non soltanto per la sicurezza, ma anche per la scienza e per l’economia.

È in questo quadro che si inserisce il Piano del Mare, nato per mettere insieme competenze rimaste a lungo divise tra amministrazioni e ministeri e dare una programmazione comune alle politiche marittime. Anche sulla dimensione subacquea il quadro normativo è cambiato: la legge entrata in vigore nel febbraio 2026 ha istituito l’Agenzia per la sicurezza delle attività subacquee, con compiti di coordinamento anche delle attività civili.

Ma al di là delle strutture e delle leggi, la questione resta molto concreta. Il mare sta creando professioni nuove e cerca competenze che oggi fatica a trovare. La sfida, prima ancora che occupare quei posti, è far sapere ai ragazzi che esistono.

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