Alla Scuola Nazionale di Educazione Civica di Campus Montecitorio, università, enti di formazione e imprese si sono confrontati su una delle questioni decisive per il futuro delle Pmi italiane: colmare il divario di competenze e accompagnare l’innovazione senza disperdere il capitale umano.
Il futuro economico dell’Italia non si decide soltanto nei laboratori dell’intelligenza artificiale. Passa anche dalla capacità di accompagnare nella trasformazione digitale i 4,3 milioni di piccole e medie imprese che compongono il tessuto produttivo del Paese. Aziende spesso piccolissime, radicate nei territori e competitive sui mercati internazionali, alle quali non basta acquistare nuove tecnologie: servono persone capaci di utilizzarle.
È il punto attorno al quale si è sviluppato il confronto alla Scuola Nazionale di Educazione Civica di Campus Montecitorio. Giordano Fatali, presidente della Fondazione, ha aperto un tavolo di lavoro che mette insieme istituzioni, università, formazione e mondo produttivo. L’obiettivo è trasformare il dialogo in proposte e costruire quella collaborazione tra attori diversi che nel corso dell’incontro è stata definita una «responsabilità condivisa».
Ad aprire il dibattito è stato Nicola Patrizi, presidente di Fede terziario, che ha ricordato la particolare struttura dell’economia italiana: il 94 per cento delle imprese ha meno di dieci dipendenti, con una media di appena 3,4 lavoratori. Una dimensione ridotta che non ha impedito all’Italia di affermarsi nell’export, dalla meccanica al biomedicale, ma che rende più difficile investire in innovazione e formazione.
Per Patrizi, l’intelligenza artificiale deve diventare «non una barriera all’ingresso, ma un’opportunità». La condizione è investire sul capitale umano, preparando anche i giovani a carriere meno lineari rispetto al passato, nelle quali si potrà passare più volte dal lavoro dipendente all’attività autonoma. «Formazione e competenze sono la leva fondamentale», ha spiegato, indicando nella scuola il primo luogo in cui diffondere una cultura dell’impresa.
Domenico Barricelli, ricercatore dell’Inapp, ha spostato lo sguardo dai grandi marchi alla vita economica quotidiana: il negozio sotto casa, il laboratorio artigiano, lo studio professionale, la piccola azienda familiare. «Piccolo non significa necessariamente debole», ha osservato. Le microimprese hanno flessibilità e capacità di adattamento, ma meno risorse da destinare a ricerca, digitalizzazione e aggiornamento dei lavoratori. Per superare il divario devono costruire reti e condividere formazione, tecnologie e conoscenze. Conoscere questa realtà, ha aggiunto, significa acquisire una vera «cittadinanza economica» e capire come funziona il Paese fuori dai grandi centri direzionali.
La tecnologia, del resto, non è in contrasto con i mestieri tradizionali. Carla Tomasi, presidente di Finco e imprenditrice del restauro, lo ha mostrato raccontando i lavori condotti nella Basilica di San Marco e nella Cappella della Sacra Sindone. Dietro il recupero di un mosaico o di una superficie danneggiata ci sono analisi scientifiche, modellazioni tridimensionali, robot e squadre multidisciplinari. La piccola impresa, ha spiegato, «non è una monade persa nell’infinito», ma un laboratorio nel quale ricerca, professionalità e abilità tecnica procedono insieme.
È in questo spazio che l’università è chiamata a cambiare ruolo. Giampaolo Basile, ordinario di Economia e gestione delle imprese all’Università Mercatorum, ha richiamato il valore della cosiddetta terza missione: gli atenei non possono limitarsi alla didattica e alla ricerca, ma devono entrare in relazione con imprese, istituzioni e territori. «L’università non è più soltanto un luogo di diffusione del sapere nelle aule», ha sottolineato. Deve diventare un attore sociale capace di produrre innovazione, conoscenza e benessere.
Il problema resta il collegamento tra ciò che si insegna e ciò che il mercato richiede. Silvia Nascetti, presidente di Assoafop, ha indicato in questa distanza una delle cause della difficoltà delle aziende a trovare personale. Non si tratta soltanto di una carenza numerica: spesso mancano le competenze tecniche, ma anche l’approccio al lavoro e la capacità di continuare ad apprendere.
Avvicinare scuola e imprese non significa, però, preparare una persona soltanto per l’esigenza immediata di un’azienda. Significa fornire strumenti che non diventino obsoleti alla prima trasformazione tecnologica. Per Nascetti occorre recuperare «l’emozione dell’educazione e della formazione», perché senza quella componente non si accendono né la curiosità né il desiderio di crescere.
Formare i lavoratori è solo una parte della sfida. L’altra è convincerli a scegliere un’impresa e a restarvi. Claudio Pinna, responsabile per l’Italia di Aon, ha ricordato che la forza lavoro italiana potrebbe scendere dai 25,9 milioni del 2024 ai 22,8 milioni del 2040. Con tre milioni di persone in meno, le aziende non si limiteranno a selezionare i candidati: dovranno competere per trovarli.
Il welfare aziendale diventa così una scelta strategica e non più un vantaggio accessorio. Salute fisica e mentale, equilibrio tra vita privata e lavoro, crescita professionale e sicurezza previdenziale incidono sulla capacità di attrarre persone e sulla produttività. Le esigenze cambiano con le generazioni: i più giovani chiedono maggiore conciliazione, mentre con l’età acquistano peso assistenza sanitaria e previdenza complementare. Ignorare questi bisogni significa perdere competenze e rendere più fragile l’impresa.
A chiudere il confronto è stato Giovanni Boccia, responsabile della formazione di Confartigianato, che ha riportato il dibattito al «valore artigiano». Un’espressione che non indica soltanto la bottega o il piccolo riparatore, ma imprese capaci di esportare, innovare e lavorare con l’intelligenza artificiale senza perdere la propria identità.
Dietro ogni tecnologia digitale, ha ricordato Boccia, continuano a esserci macchinari, impianti e oggetti reali che qualcuno deve progettare, costruire e riparare. Lavori nei quali la mano segue il pensiero e l’esperienza diventa conoscenza. Per questo la distinzione tra attività manuale e intellettuale è sempre più debole: «Non esiste il lavoro manuale, esiste il lavoro».
È anche da qui che nasce il soft power italiano: dalla capacità di trasformare il saper fare in moda, design, cultura e prodotti riconoscibili nel mondo. L’intelligenza artificiale potrà accelerare i processi e cambiare le professioni. Ma, senza competenze da trasmettere e persone da formare, anche l’innovazione più avanzata rischia di restare una macchina senza mani.
Fernanda Perri